Poche parole preoccupano un proprietario di cavalli quanto laminite. E a ragione.
La laminite è una delle patologie più dolorose e potenzialmente gravi del cavallo. Coinvolge le strutture lamellari dello zoccolo, responsabili del complesso sistema di connessione che mantiene la falange distale – il cosiddetto “osso triangolare” – correttamente sospesa all’interno della capsula dello zoccolo.
Quando questo sistema viene danneggiato, nei casi più severi può perdere progressivamente la propria funzione di sostegno, fino a determinare rotazione e/o affondamento della falange distale all’interno dello zoccolo. Le conseguenze possono variare da episodi relativamente lievi fino a dolore cronico, deformazione permanente del piede, perdita della funzione atletica e, nei casi più gravi, compromissione della qualità di vita.
Ma c’è un concetto ancora più importante da conoscere: la laminite non è semplicemente una malattia del piede. Il piede è il luogo in cui si manifesta il danno, ma molto spesso la causa va cercata altrove nell’organismo.
Non esiste una sola laminite
Per molti proprietari la laminite è ancora associata quasi esclusivamente al pony sovrappeso che in primavera mangia troppa “erba fresca” o “mangime proteico”. È certamente uno scenario possibile, ma è una rappresentazione molto incompleta della malattia.
Oggi distinguiamo diverse condizioni che possono portare allo sviluppo di laminite e comprenderne la causa è fondamentale non soltanto per trattare l’episodio acuto, ma anche per cercare di prevenirne la recidiva.
Una delle forme più importanti è la laminite endocrinopatica, strettamente associata alla disregolazione insulinica.
Esistono poi forme associate a malattie sistemiche importanti, in particolare condizioni infiammatorie o settiche, come gravi coliti, metriti e altre patologie sistemiche.
Infine, può verificarsi la cosiddetta supporting-limb laminitis, o laminite dell’arto di sostegno: una complicanza possibile quando, a causa di una grave zoppia o di una lesione dell’arto controlaterale, il cavallo è costretto a sovraccaricare continuamente un altro arto.
Questo significa che non esiste un unico cavallo “tipo” destinato ad avere la laminite.
Chi è davvero a rischio? Insulina, EMS e PPID
Una quota importante dei casi di laminite è di origine endocrinopatica ed è associata alla disregolazione insulinica (ID), cioè a un’alterazione della dinamica dell’insulina che può determinare risposte insuliniche eccessive.
La disregolazione insulinica è una componente fondamentale della Sindrome Metabolica Equina (EMS) e può essere presente in cavalli e pony sovrappeso o con depositi adiposi regionali – per esempio a livello della cresta del collo – ma non esclusivamente nei soggetti obesi.
Per questo l’aspetto fisico, da solo, non basta per stabilire il rischio. Nei soggetti sospetti possono essere indicati test specifici per valutare la regolazione insulinica e identificare i cavalli maggiormente predisposti alla laminite endocrinopatica.
Anche il PPID (Pituitary Pars Intermedia Dysfunction, comunemente conosciuto come “Cushing equino”) è associato alla laminite, soprattutto nei soggetti che presentano contemporaneamente disregolazione insulinica. Nei cavalli più anziani, quando anamnesi e segni clinici fanno sospettare PPID, la valutazione dell’ACTH può quindi rientrare nell’iter diagnostico.

Un vantaggio preventivo
Il vantaggio di individuare queste condizioni è soprattutto preventivo: riconoscere un cavallo metabolicamente a rischio prima che sviluppi laminite permette di intervenire sulla dieta, sulla gestione del peso, sull’accesso al pascolo e, quando necessario, sulla patologia endocrina sottostante.
“Ma il mio cavallo non è grasso”Ed è proprio qui che spesso nasce un falso senso di sicurezza. Sovrappeso, adiposità regionale e alcune caratteristiche fenotipiche possono suggerire un rischio metabolico, ma non tutti i cavalli con disregolazione insulinica hanno necessariamente l’aspetto del classico cavallo obeso.Allo stesso modo, non è possibile stabilire soltanto guardando un cavallo se la sua risposta insulinica sia normale.
Quando esiste un sospetto, la valutazione clinica e i test metabolici appropriati permettono di identificare soggetti a rischio prima che la laminite diventi il primo segnale evidente del problema. Ed è questo uno dei grandi vantaggi della medicina preventiva: non aspettare necessariamente il primo episodio di laminite per scoprire che un cavallo era a rischio.
I primi segnali possono essere molto più sottili di quanto immagini
Non tutti i cavalli con laminite assumono immediatamente la classica posizione con gli anteriori protesi in avanti. Nelle fasi iniziali i segni possono essere decisamente meno evidenti. Il cavallo può apparire semplicemente più rigido, riluttante a muoversi, accorciare il passo oppure mostrare particolare difficoltà quando viene fatto girare. Tra i segnali che possono far sospettare una laminite troviamo:
- riluttanza al movimento;
- andatura corta, rigida o esitante;
- particolare difficoltà nelle curve strette;
- frequente spostamento del peso da un arto all’altro;
- aumento dell’intensità del polso digitale;
- aumento della temperatura dello zoccolo;
- dolore del piede;
- nei casi più evidenti, la tipica postura utilizzata per cercare di scaricare il peso dagli arti maggiormente doloranti.
Nelle forme croniche possono inoltre comparire modificazioni della crescita e della conformazione dello zoccolo. Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, consente al proprietario di formulare una diagnosi. Ma alcuni di essi devono far scattare un campanello d’allarme.
Laminite sospetta? Non aspettare domani
Questo è probabilmente il messaggio più importante dell’intero articolo: la laminite deve essere considerata un’urgenza veterinaria.
Se il cavallo mostra segni compatibili, aspettare per vedere “se passa”, dare “qualche giorno di antinfiammatorio”, può essere controproducente. Nell’attesa della valutazione veterinaria, è importante evitare esercizio e spostamenti non necessari e mantenere il cavallo in una situazione il più possibile confortevole e sicura. Forzare un cavallo con sospetta laminite a camminare “per vedere come va” non è indicato e può aumentare le sollecitazioni meccaniche su strutture lamellari già compromesse.
La gestione iniziale dipenderà dalla causa e dalla gravità del quadro e può comprendere il controllo del dolore e dell’infiammazione, un adeguato supporto meccanico del piede e il trattamento tempestivo dell’eventuale patologia sottostante. Intervenire precocemente significa cercare di proteggere l’apparato lamellare prima che il danno progredisca.
Cosa farà il veterinario?
La valutazione parte dall’anamnesi e dall’esame clinico. Non interessa soltanto capire se il piede è dolorante, ma anche cercare di identificare il motivo per cui la laminite si è sviluppata.
La visita può comprendere, in funzione della gravità del quadro, valutazione della locomozione, palpazione dei polsi digitali, esame dei piedi e utilizzo della pinza da piede. A seconda del caso possono inoltre essere indicati esami ematologici, biochimici ed endocrinologici/metabolici per indagare la causa sottostante. Un ruolo particolarmente importante è svolto dalla diagnostica per immagini.
Radiografie: non servono soltanto a vedere se la falange è ruotata
L’esame radiografico del piede rappresenta uno strumento fondamentale nella valutazione e nel monitoraggio della laminite. Permette di studiare la relazione tra falange distale e capsula dello zoccolo, valutare eventuali segni di rotazione o affondamento e ottenere misurazioni utili a documentare e seguire nel tempo l’evoluzione del piede. Le radiografie forniscono inoltre informazioni preziose per impostare e modificare il supporto biomeccanico, il pareggio e, quando indicato, la ferratura terapeutica, permettendo una collaborazione mirata tra veterinario e maniscalco.
Per questo, nei casi che lo richiedono, l’esame radiografico può essere ripetuto durante il percorso terapeutico. Non serve soltanto a documentare ciò che è già accaduto: può diventare uno strumento per guidare concretamente la gestione del piede nel tempo.

E la venografia?
In casi selezionati, alla radiografia convenzionale può essere associata la venografia digitale, un esame contrastografico utilizzato per ottenere informazioni sulla perfusione vascolare del piede. Attraverso la somministrazione di mezzo di contrasto nel sistema venoso dell’arto e l’esecuzione di radiografie dedicate è possibile visualizzare il pattern vascolare del piede e identificare alterazioni della perfusione che possono accompagnare il danno lamellare.
Non è un esame necessario in ogni cavallo con laminite, ma può rappresentare un approfondimento diagnostico utile soprattutto nei casi complessi o severi e contribuire, quando indicato, al monitoraggio della risposta alla gestione terapeutica e biomeccanica.
Curare il piede non basta: bisogna capire perché è successo
La terapia della laminite non è uguale per tutti i cavalli. Il controllo del dolore, la gestione dell’infiammazione, il supporto meccanico del piede e il trattamento della causa sottostante devono essere modulati in funzione del singolo paziente e della fase della patologia.
In questa gestione la collaborazione tra veterinario e maniscalco assume un ruolo fondamentale: l’obiettivo è ridurre le sollecitazioni sull’apparato lamellare e fornire al piede il supporto biomeccanico più appropriato al singolo caso. Ma occuparsi del piede è soltanto una parte del trattamento.
Se alla base esiste una disregolazione insulinica, occorre intervenire sulla gestione metabolica e nutrizionale. Quando la laminite è secondaria a una grave malattia sistemica, è necessario trattare tempestivamente la patologia primaria. Se deriva dal sovraccarico di un arto, la gestione biomeccanica e quella della patologia dell’arto controlaterale diventano centrali. Trattare soltanto il piede senza affrontare la causa significa occuparsi della conseguenza senza necessariamente controllare il problema che l’ha provocata.
Prevenire la laminite: possiamo fare qualcosa?
In molti casi, sì. Non tutte le forme di laminite sono prevedibili o prevenibili, ma soprattutto nei soggetti a rischio endocrinopatico abbiamo oggi strumenti che permettono di intervenire prima dell’episodio clinico. Particolare attenzione meritano cavalli e pony con sovrappeso, adiposità regionale, precedenti episodi di laminite o caratteristiche cliniche che facciano sospettare una disregolazione insulinica. Anche il cavallo anziano con segni compatibili con PPID merita una valutazione specifica.
Quando indicati, test metabolici ed endocrinologici, associati alla valutazione della condizione corporea, della dieta, dell’accesso al pascolo e della gestione generale, possono permettere di identificare fattori di rischio sui quali è possibile intervenire.
Prevenzione significa anche collaborazione: veterinario, proprietario e maniscalco hanno ruoli differenti ma complementari nella gestione del cavallo a rischio o con una precedente storia di laminite.
Una patologia complessa, e non sempre così evidente
La laminite non si presenta sempre nel modo “classico” che tutti immaginiamo. È una patologia complessa e talvolta subdola, che può attraversare fasi subcliniche o manifestarsi inizialmente con segni lievi e poco specifici, prima che compaia un quadro evidente.
Anche l’andamento può essere variabile: alcuni cavalli presentano sintomi fluttuanti o intermittenti, con periodi di apparente miglioramento alternati a nuove fasi di dolore. E non sempre sono interessati soltanto entrambi gli arti anteriori: esistono presentazioni meno tipiche che possono coinvolgere gli arti posteriori o tutti e quattro i piedi, rendendo il quadro clinico più difficile da riconoscere.
Proprio per questo è importante non aspettare necessariamente la comparsa della postura tipica o di una zoppia grave prima di prendere in considerazione la laminite tra le possibili diagnosi.
Negli ultimi anni la ricerca ha modificato profondamente la nostra comprensione della malattia, in particolare per quanto riguarda laminite endocrinopatica, disregolazione insulinica, alterazioni dell’apparato lamellare e meccanismi coinvolti nelle diverse forme della patologia. Ma molti aspetti della sua fisiopatologia sono ancora oggetto di studio. Sappiamo molto più sulla laminite rispetto al passato, ma abbiamo ancora molto da imparare.
Ed è anche per questo che diagnosi precoce, identificazione della causa, monitoraggio nel tempo e gestione individualizzata rimangono fondamentali: perché la laminite non è una singola malattia con una singola presentazione e una singola terapia.